Lorenza Morandini/ 22 Febbraio, 2019/ Impact Hub Milano, Open Innovation, Startup innovative

Mi sono data l’obbiettivo di scrivere facile facile le cose che facciamo per sviluppare le imprese e l’innovazione.

Quindi spieghiamo che significa open innovation, innovazione nuova a chi non lo sa, ovvero ai dummies o neofiti.

E, parlando con le imprese, principalmente industriali (visto che il mio background è di fatto focalizzato su quest’area) mi sono resa conto che tutte hanno bisogno di processi d’innovazione più strutturati.

Tutte mi chiedono di capire anche alcuni termini che, per chi è attivo nel settore, sono anche semplici e banali, ma sono complicati per chi non ci si è mai confrontato.

Allora iniziamo da Open Innovation.

Tanto per iniziare, direi di non usare una parola inglese, anche se la nascita di questi processi è avvenuta in ambito anglosassone: chiamiamola “Innovazione nuova”.

Perché “innovazione nuova”?

Perché tutte le imprese fanno innovazione, ma ora si cerca di fare innovazione con modalità nuove e, soprattutto, con modalità che aprono strade d’innovazione altrimenti chiuse.

Chiuse per tanti motivi, ma il principale è dato dalla incapacità umana di staccarsi dalle nostre cose e dal pensarle con gli occhi di altri.

E’ umano, come è umano, ad esempio, avere difficoltà a vedere la realtà con gli occhi altrui, anche quando si tratta di temi personali.

La sostanza e le difficoltà sono le stesse.

Ma, sul tema innovazione aziendale, si sono inventate delle tecniche, semplici, ormai altamente professionalizzate e specializzate per dare spazio ad una creatività, che potrei definire orizzontale.

Dico orizziontale perché, in questi processi d’innovazione, si stimola la creatività delle persone e spesso quello che avviene non è risolvere problemi di business specifici e verticali, ma è dare soluzioni a problemi connettendo punti di vista diversi da mondi diversi.

Una creatività che trae idee dal mondo e le catapulta su un business speficico, connettendo punti di vista, soluzioni, tecnologie e pratiche di diversi business, anzi di diversi mondi.

Ma andiamo per gradi.

Come si fa a fare tutto ciò?

Ci sono delle tecniche.

Esistono diversi formati.

In genere, l’idea di base è quella di mettere in una stanza persone che vengono dall’azienda di riferimento, spesso di funzioni diverse, con persone da background diverso, tipicamente:

  • Startuppari – neologismo che adoro – di business diversi, di età diverse (sappiate che molti startupper hanno più di 50 anni – evviva!)
  • Disegnatori o grafici
  • Persone di altri business
  • Super-user e no-user.

Detta così sembra semplice, ma qui vi è una parte di arte (ormai scienza, in realtà) nella selezione delle persone, non in base ai CV, ma in base alle caratteristiche personali, relazionali e di interesse.

Poi, vi è l’organizzazione delle giornate di open innovazion, “innovazione nuova”.

Si può ridurre il tutto a una giornata di lavoro, con due mezze giornate, ma tipicamente ci si muove con più giornate di lavoro in gruppi variamente assortiti.

Se ci si ferma ad una giornata di lavoro, spesso, si generano solo idee, senza un secondo pensiero sulla validità dell’idea (sia in generale che all’interno del portafoglio o dell’azienda o del fondo).

Molte volte, invece, e questo avvienne nella magior parte dei casi, le aziende ci chiedono di andare oltre alla mera generazione di idee.

In tali casi i giorni devono diventare almeno tre.

Uno sicuramente per lo sviluppo dell’idea, gli altri per dare linee guida al business plan per il lancio del prodotto o del servizio.

Non è obbiettivo, in un semplice articolo, dare tutti i dettagli di queste tecniche.

Infatti esiste ormai una letteratura, principalmente americana, per apprenderle, ma è rilevante affermare che queste tecniche esistono.

Esistono da molti anni (in Indesit li usavamo già dal 2006 e usavamo consulenti che venivano direttamente dagli Stati Uniti) e sono ormai profondamente professionalizzate.

Sono tecniche semplici, se prese singolarmente.

Ad esempio, una delle tecniche prevede di dedicare una giornata di lavoro a condividere i problemi che ci sono nella proposizione di mercato di (qualsiasi) azienda.

E, poi, dedicare un’altra giornata separata (strutturalmente, deve essere un giorno diverso), incece, per parlare solo di soluzioni.

Altra tecnica prevede fare l’elenco di tutti i vincoli che vi possono essere per superare gli ostacoli allo sviluppo delle idee così da farle diventare prodotti o servizi e poi dividere i vincoli veri (ovvero problemi veri) dalle semplici “cose da fare” o falsi ostacoli.

E la lista, sebbene nella sostanza pesante, è molto più breve, il focus manageriale possibile, il reperimento delle risorse possibili, e così via …

Infine, vi è una tecnica che prevede che i gruppi inizino a lavorare su un tema di sviluppo completamente avulso dalla realtà aziendale.

Spesso, questa tecnica viene usata nel primo giorno per far sì che team che non si conoscono, abbiano modo di confrontarsi e di mescolarsi subito, affrontando temi di sviluppo.

Insomma, fare open innovation, innovazione nuova è creatività, in primo luogo.

La vera Open Innovation, innovazione nuova,quella utile voglio dire, poi deve necessariamente affrontare una fase di screening e di consolidamento delle idee.

Anche questa fase è critica e, direi, anche più complessa.

Essa, infatti, comporta la gestione del feedback (spesso negativo) alle persone che, in qualche modo, avevano generato un’idea.

La fase di feedback è delicata.

Essa va, però, affrontata perché quello che si rischia è che questo processo d’innovazione, che spesso viene vissuto come intenso e quasi liberatorio dalle persone che vi partecipino, diventi un “ecco, la solita presa in giro”.

Non sottovalutiamo questo aspetto, soprattutto, se vogliamo che il processo d’innovazione diventi nelle aziende, un processo, come il budget, ovvero un processo annuale a cui la gente possa guardare con curiosità e con voglia di contribuire, “nonostante l’anno scorso, non sia riuscita a vincere!”.

Buona open innovationa tutti!

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